Il Signore ti dia pace e gioia

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Reggio Calabria

La forma originaria del convento di Reggio Calabria purtroppo si perse nell’oblio dei tempi. Disegni, stampe e foto rivelano le sue fasi evolutive dal fascino tipicamente cappuccino, la cui austerità e semplicità trassero ispirazione dal padre san Francesco d’Assisi e desiderato tantissimo dai frati Ludovico Comi, Bernardino Molizzi e compagni. Non si può parlare o scrivere del convento di Reggio Calabria senza riferirlo alla Vergine Santissima della Consolazione, il cui quadro  primitivo  si trovava in una piccola chiesetta. Esso accolse i cappuccini, provenienti dal “Rivotorto” di S. Angelo di Valletuccio, nel 1532-33, chiamati - scrivendo “premurosissime lettere al B. Ludovico Commissario Generale, invitandolo, e premendolo col maggior calore di portarsi in Reggio sua Patria” -  dal vescovo Girolamo Centelles dei Conti di Oliva, “pensando di opporre ai mondani costumi, valorosi modelli di vita cristiana” e di dare un aiuto al clero sia dal punto di vista morale che pastorale. Il luogo, chiamato Eremo, situato nella campagna di Botte, lontano circa tre chilometri dal centro urbano. “Quel luogo sacro povero, piuttosto angusto, 1uasi ignorato, con al centro della parete, sovrastante l’altare, la piccola immagine mariana, ha catturato, seducendoli come un colpo di fulmine, gli occhi ed i cuori dei religiosi, di otto sacerdoti e cinque laici” (G. Sinopoli). A donarlo fu il “nobil uomo Roberto Monsolini, cui la figlia di ser Giovanni Mileto lo aveva recato in dote” (T. Vitriolo) “e che i Cappuccini accolsero come un vero e proprio tesoro da amare, da custodire e da condividere nel segno della santità e della provvidenza divina. Imitando il loro padre Fondatore, Francesco d’Assisi, i primi fraticelli Cappuccini elessero la chiesetta cuore e centro della loro devozione, erigendovi all’intorno, per loro abitazione, in omaggio allo spirito della povertà e della penitenza, piccole capanne con vimini, frasche e fango argilloso. Avevano per letto una dura tavola od una ruvida stuoia, e per guanciale una tegola od un pezzo di legno. Il loro stile di vita, fecondato dalla preghiera e dal silenzio contemplativo, dall’ascolto della Parola di Dio e dalla dedicazione ‘con somma prudenza, carità, dolcezza ed umiltà’, all’amministrazione del sacramento delle confessioni e alla guida spirituale delle anime; e improntato all’onesto lavoro con le proprie mani, alla questua di ‘poco pane e poche erbe’, da condividere con i poveri più poveri, che quotidianamente bussavano alla porta delle loro capanne o che incontravano lungo la strada, suscitò la simpatia e l’ammirazione della gente. Simpatia e ammirazione che si commutarono in manifesta edificazione man mano essa vedeva, con i propri occhi, i prodigi che il Signore operava nella loro vita ministeriale e diaconale” (G. Sinopoli). “Il tempo libero dalle opere di carità e del ministero – così il De Lorenzo – lo spendevano nello studio, nella mediazione e nel lavoro manuale”. E quel luogo così solitario e solo occasionalmente frequentato da poche persone, diventò in breve un’oasi assai ricercata dalla gente, desiderosa di una parola buona o di un pezzo di pane, o, semplicemente, di pregare con i frati, i quali non perdevano occasione di esortare alla pace e al bene, affidandosi totalmente alla materna premura della “Madonna del Consuolo”, raffigurata nel piccolo quadro e onorata con continui cantici di lode.

 

Monsignor Centelles, vedendo che l’afflusso del popolo all’Eremo e le domande dei giovani di intraprendere la vita religiosa cappuccina ponevano in seria difficoltà i frati per l’accoglienza in luoghi così angusti, si fece promotore per costruire una nuova chiesa ed un convento più ampio. Scrive il Calì: “Nell’impianto ed allargamento del convento, si vide a fatti la grande generosità dei Reggini, e il sommo amore che chiudevano in petto verso i poveri figliuoli di S. Francesco. L’Arcivescovo e la nobiltà accorse con larghe elemosine, e gli artisti e i manovali vi prestarono gratuita l’opera loro”.

 

Furono i medesimi frati a disegnare, secondo la genuina e rigida forma di povertà serafica, le cellette ed i corridori ed a dirigere i lavori, portando a compimento l’opera nel 1569, consacrata da mons. Gaspare Del Fosso, presenti le Autorità ecclesiastiche, civili e militari. 

 

E più ancora, in pochi anni, una nuova e più spaziosa chiesa signoreggiava sulla collina dell’Eremo, mentre il giardino, la selva ed altri terreni attorno al nuovo convento allargavano, nel tempo, i loro confini, grazie alle donazioni, rispettivamente, di Massimiano e Properzio Monsolino, Giacomo Foti e Giovanni Domenico Cumbo. Quest’ultimo aggiungerà, il 7 gennaio 1583, un altro appezzamento di terreno, formando una provvidenziale falda, popolata di ortaggi e agrumi, ai piedi del Monte della Madonna. I frati s’impegnarono ad applicare la celebrazione di una santa messa ogni anno, in perpetuo, in suffragio della sua anima benedetta.

 

Nella Relazione Innocenziana del 1650, redatta dal Guardiano padre Cornelio da Bagnara, si riferiva al Ministro Generale dei Cappuccini che il convento contava 25 celle e la fraternità era formata da sette sacerdoti: padre Cornelio da Bagnara, padre Michele da Sambatello, padre Gregorio da Reggio, padre Michele da Reggio, padre Ignazio da Reggio e padre Angelico da Cerisano; un chierico: fra Agostino da Reggio; e dieci laici professi: fra Antonio da Cannavò, fra Leonardo da Reggio, fra Filippo da Reggio, fra Girolamo da Ciraso, fra Giovanni da Porrupo, fra Stefano Sambatello, fra Giuseppe da Ortì, fra Pietro da Arasì, fra Simone da Porrupo, fra Pietro da Cosoleto, fra Girolamo da Reggio. Aveva quattro Ospizi: Pellaro, Ortì, Grangia e Motta S. Giovanni.

 

“Nel 1712 – così padre Alberto Remigio Le Pera – il gentiluomo Francesco Mantica, per voto fatto a grazie ricevute, cedeva ai frati un altro pezzo di orto. Il terreno concesso dal Mantica era distinto dal resto del giardino con cinta propria e in livello più basso come tutt’ora si può osservare. Fino ad un secolo fa sull’antica parte chiusa di muro, in una lastra di marmo, si leggeva il seguente distico: ‘Nobilis extantem subtus gens Mantica fundum Virginis Hospitio dat, vovet atque sacrat’.

 

Il giardino veniva ancora ingrandito nel 1747 per altra concessione avuta dal signor Paolo Cumbo, il quale cedeva ai frati la piccola selva alle spalle del cenobio. Il terreno ricevuto in dono dai frati era arenoso e arido, ma i frati con la fontanella alle falde della collinetta riuscirono a renderlo fertile, coltivandovi agrumi e frutti a beneficio sia della fraternità che dei poveri e dei pellegrini.

 

Nel 1783 si scatenò il terrificante terremoto i cui danni ingenti indussero ad istituire la Cassa Sacra, i Luoghi pii, tra i quali il convento dell’Eremo della Consolazione, incamerando tutti i beni, promulgati con Dispacci nel 1784. I religiosi furono invitati alla secolarizzazione, consegnando a ciascuno ducati 6 per vestirsi, od obbligati alla deportazione. Il sequestro dei beni provocò particolari indigenze e miseria. Ecco come vennero eseguiti gli ordini il 2 giugno 1784, su disposizione del Vicario Generale don Francesco Pignatelli, espressi nel verbale qui trascritto:

 

Componevano la Famiglia del Convento della Consolazione dieci Padri, tra i quali si secolarizzarono cinque, due restarono per Invalidi, per l’età decrepita. L’altri vollero seguire la Religione; Sette Fratelli Laici, dei quali secolarizzati tre, uno Invalido, e due Infermi; s’aggiungevano a questi due Terzini.

 

Furono rinvenute due Corone di Argento dal peso di oncie cinque, che si passarono al Consegnatario Sig. Megali (don Domenico), e gl’Altri Vasi Sagri, e Sfera di Argento, furono consegnati al Depositario Ecclesiastico Rev.do Tomasini (Alessandro), a cui passarono ancora gli Arredi, ed Utensili di Chiesa.

 

Nella Chiesa vi stanno 94 ceri, i quali fu ordinato da Vostra Eccellenza di vendersi, ed il Denaro della vendita darsi per la rifazione del Monastero delle Verginelle colla intelligenza di questo Magnifico Arcivescovo.

 

I pochi commestibili, restarono per uso dei Padri fintanto partivano, e quindi per gl’Invalidi rimasti, a’ quali restarono ben anche consegnati gli altri addobbi del Convento, Rame e servizi di Cucina.

 

Si trovò una Libreria, che fu serrata, e sigillata in una stanza del Convento e quindi furono detti Libri consegnati al Sig. Commendatore fra Giovan Domenico Bosurgi. I muli furono venduti dal Sig. Intendente Colonnello Giambattista Trapani.

 

La Baracca, ove abitavano, consisteva in un Camerino della prima entrata ed un Dormitorio”.

 

Promossa la chiesa erigendola a Parrocchia di S. Maria Madre della Consolazione, secondo il Piano di mons. Alberto Maria Capobianco (Vescovo di Reggio dal 1767 al 1798), approvato da Sua Maestà, fu nominato parroco con Bolla del 2 agosto 1789, a seguito di un breve concorso, il rev. Don Saverio Passaniti, prendendone possesso il 3 settembre dello stesso anno. La nuova parrocchia era formata da 319 anime, recuperate dalle altre parrocchie limitrofe.

 

Vi fu la supplica, oltre quella del popolo reggino, della “populazione della villa della Botte tenimento di questa Città di Reggio” a Sua Maestà il Re e da quest’ultimo trasmesse alla Giunta di Corrispondenza per l’opportuna valutazione e al Supremo Consiglio d’Azienda per partecipare, espediti tutti gli adempimenti del caso nel Real Nome, la sua Intelligenza. Il ritorno dei Cappuccini nella loro Casa avvenne nel 1799. E il 9 marzo 1801 il Ministro Provinciale padre Felice da Rosalì, a seguito delle disposizioni governative del 23 febbraio 1801, propose Relazione sullo Stato della Provincia Cappuccina a Sua Ecc. D. Antonio Winspeare, Governatore degl’armi e Preside di Catanzaro. Si dovette attendere fino al 26 dicembre 1801, e cioè 17 anni, perché i Cappuccini tornassero alla vita normale, respirando l’aria cenobitica dell’eremo, avvolti dalla tenerezza della loro Mamma prediletta. Tale data la documentiamo da uno scritto, di proprio pugno, dal ven. padre Gesualdo Malacrinò.

 

Sulla collina, sovrastante il convento, i frati eressero due cappelle, una dedicata a san Francesco d’Assisi al momento della ricezione delle stimmate; e l’altra alla Vergine della pietà, il cui dipinto su legno, attribuito al Cilea, si custodisce nel convento). Questo il distico che introduceva il breve pellegrinaggio verso il sacro sacello: “Qui scandis sursum Christum meditare peremptum; et lacrimis Matris tu quoque unge tuos”. Oggi, purtroppo, non esistono neppure i ruderi.

 

Mentre la chiesa e il convento, fino al 1840, pare conservassero la forma iniziale. Ad attestarlo è il padre Fortunato Securi, tramandandoci: “La Chiesa e il convento, tranne piccole modifiche, mantennero la medesima umile forza che ebbero nella loro fondazione. Accrescendosi sempre più il numero dei Frati, e avendo riguardo alla salute dei medesimi, si pensò dare spazio maggiore, ed aria più elevata al convento; e allora per sovrana e municipale elargizione, per comunicazione in denaro di ricchi voti fatti a Maria, come per le continue generose offerte dei fedeli, si fortificarono le vecchie mura del convento. Su costruì sull’antico un novello piano di celle a quella parte che guarda l’occidente, e verso il 1854, poi, si fabbricarono nuove celle su quelle altre che guardano il mezzogiorno, e il convento si ingrandì di guisa a contenere 50 e più religiosi”.

 

Col Real Decreto del 7 agosto 1809 il convento della Consolazione non fu soppresso ma “conservato”, ordinando di far confluire i frati del convento di Fiumara soppresso, privandolo però dei beni, dei reperti artistici e perfino amatoriali. Poco o nulla si sa della destinazione dei documenti, incunaboli, cinquecentine e altri libri di indiscusso valore teologico e scientifico. Oltre ai preziosi e doni votivi.

 

Nel 1866 le leggi governative italiane deliberarono l’appropriazione del convento e l’allontanamento dei frati dall’Eremo. La struttura passò al Comune e vi instituì il Ricovero di Mendicità. “La cura della sacrestia e della chiesa, frequentata spesso da gente divota che vi accorreva a visitare l’Immagine della celeste Regina, fu provvisoriamente affidata a fra Francesco da Calanna e a fra Benedetto da San Lorenzo, con l’ingiunzione di “vestire l’abito del prete, sotto pena della risoluzione della concessione”. Ma i frati non vollero sapere di svestirsi del ruvido saio cappuccino, preferendo piuttosto abbandonare il servizio del culto e della custodia di quel locale. Nominato, il 3 febbraio 1870, dal Comune padre Gesualdo da Reggio, al secolo Giacobbe Coppola, custode dell’Eremo con l’incarico di garantire il servizio religioso e si vigilare sui terreni annessi al Santuario, ne propose rinuncia il 19 febbraio dello stesso anno e il 5 marzo seguente fu convocato dal Sindaco ff. per consegnare gli oggetti che gli erano stati assegnati il giorno dell’affidamento dell’incarico. Il nuovo Cappellano e Rettore fu don Francesco Cannizzaro, che aveva presentato domanda il 12 maggio 1869, mentre era stata ignorata quella dell’ex cappuccino padre Gesualdo da San Lorenzo, al secolo Vincenzo Moscato. Con la nomina del sacerdote diocesano don Cannizzaro il patrimonio mariano instaurato nello scorrere del tempo, con l’apporto del popolo reggino e del comprensorio, accusò una brusca frenata. “E seppure ai cappuccini fosse stato revocato il ministero pastorale nel Santuario, essi continuarono ad offrire il loro amore e la loro premura diaconale presso le famiglie più indigenti della Città e dei suoi Casali. Ogni giorno si recavano a due a due – dopo aver adempiuto nella chiesa più vicina al dovere dell’orazione mentale e vocale e del sacramento Eucaristico -nelle contrade o nei vicini villaggi per parlare delle cose di Dio, soccorrere i miseri, consolare gli afflitti e per chiedere la carità per i poveri e gli anziani. Per i malati, da sempre i loro tesori per i quali non esitarono di offrire la vita come al tempo della peste e del morbo oscuro, preparavano loro stessi da mangiare e, mentre facevano le faccende di casa, si recitava insieme il rosario e la preghiera alla Vergine della Consolazione per poi attardarsi, non senza emozione, nel ricordo memoriale di alcuni prodigi taumaturgici operati dalla bontà divina in periodi di tristi eventi umani e naturali grazie alla sua materna intercessione. Verso l’imbrunire convenivano, dai luoghi ove avevano operato, alla ‘Porziuncola’ dell’Eremo e da qui si recavano alla Chiesa Cattedrale per un saluto alla Patrona e Protettrice, nonché Avvocata dell’Ordine Francescano, e per affidarle, come da consuetudine, i bisogni di coloro che si erano raccomandati alle loro preghiere, e le pene dei confratelli e di loro medesimi” (G. Sinopoli).

 

L’8 giugno 1890 fu il card. Gennaro Portanova a sollecitare, con lettera olografa, il sindaco Pietro Foti a operare il passaggio del Santuario all’Ordinario Diocesano. Tale richiesta si concretizzò con apposita convenzione, definendo i ruoli e le competenze reciproci riguardo all’uso del Santuario e di “altro suolo adiacente, bisognevole per l’erezione della nuova Chiesa donata dal Santo Padre, alle offerte, ai servizi religiosi, alla pia pratica dei sabati e alla festa in onore della Madonna della Consolazione, stilati dal notaio dal notaio Putortì Francesco e firmati dal sindaco avv. Domenico Tripepi e dal cardinale Portanova. Era il 23 luglio 1896.

 

Nel 1907 il Provinciale dei Cappuccini, padre Daniele da Cardinale, accompagnato da un suo Definitore, incontrò il card. Portanova per chiedere il ritorno dei frati al loro Eremo, ma ricevette un netto rifiuto, nonostante il Vaticano e il popolo fossero favoreli. Si dovette attendere il nuovo vescovo, mons. Rinaldo Rossuet dei Carmelitani Scalzi, “nuovo Centelles”, perché si ricomponesse il trinomio di sempre: Madonna della Consolazione, Frati Cappuccini e Popolo Reggino. A darne, dopo aver concertato e firmato apposita convenzione, l’annuncio il 24 aprile 1911, con Lettera Pastorale al Ministro Generale dell’Ordine Cappuccino e alle fraternità calabresi, il Provinciale, padre Tommaso da Montenero. “Era il 30 giugno 1911, poco dopo l’alba, quando padre Atanasio e fra Francesco salirono - in attesa degli altri confratelli, non appena vi sarebbe stata la disponibilità degli ambienti – con lo spirito e lo zelo degli antichi padri, al loro nido eremitico, al grido gioioso e festoso dei Reggini per un evento così importante e tanto atteso” (G. Sinopoli).

 

I frati dimorarono nella baracca lasciata dal Delegato Pontificio mons. Cottafavi. I Superiori Maggiori deliberarono di prolungarla, con l’ausilio della raccolta delle offerte, mediante un comitato formato da soli uomini e un comitato formato da sole donne.

 

La ricostruzione del convento, rovinato dal terremoto del 1908, avvenne non senza gravi sacrifici, con delega al padre Innocenzo da Cittanova, grazie anche ai mutui ottenuti dal Governo a favore dei luoghi terremotati, secondo il rigore delle Costituzioni e delle leggi antisismiche. Ne uscirono 20 celle, un’ampia terrazza e un piccolo giardino che però non suffragava i bisogni dei frati e dei poveri.

 

Il 3 settembre 1943, in piena guerra, raffiche dell’artiglieria della Marina causò danni sia al convento che al Santuario. Restaurato, venne ampliato negli anni 1948-1955, sopraelevandolo di un piano, adibito a camerone, e dotandolo di una Cappella per ospitare il Seminario Serafico. Nel 1960 il camerone fu diviso ricavando delle celle, destinate allo Studentato Filosofico, insieme agli studenti della Provincia di Cosenza. Ad inaugurarlo venne il padre Bonaventura da Pavullo, definitore generale.

 

“Il convento della Consolazione nei suoi quattro secoli di storia, annotava il padre Alberto Remigio Le Pera, fu sempre, oltre che la meta di devoti pellegrini, l’asilo di santi e dotti religiosi, d’insigni scrittori e di ferventi apostoli. In questo venerando cenobio vissero gli antesignani dei Cappuccini in Calabria e di tutto il Meridione d’Italia, P. Ludovico Comi e P. Bernardino Molizzi; il servo di Dio fra Antonino Tripodi, al quale la Madonna rivelò la cessazione della peste (1576-77); il servo di Dio fra Leone da Fiumara ed il ven. padre Gesualdo Malacrinò, gloria dell’Ordine, dove forgiarono le loro virtù”.

 

“Claustro venerando – esclamava lo storico T. Vitrioli – albergo di santità!

 

Luogo santo, tu che accogli tra le tue mura il sacro non bugiardo Palladio di una religiosa Città!”.  

 

Il Santuario si evolve da una “rustica chiesicciola” ad una Basilica minore, la seconda chiesa per importanza nell’Arcidiocesi di Reggio Calabria-Bova. Dedicata a “Nostra Signora del Consuolo”, s’impose in tutta la sua austerità e semplicità come la culla della presenza cappuccina in Calabria, la “Porziuncola”: il luogo dove i frati tornarono alle sorgenti della spiritualità del loro Fondatore, con uno stile di vita improntato alla zelante purezza spirituale e alla radicale austerità della Regola dei frati minori. La cui osservanza era caduta “con il lento volgere dei secoli, e il variare dei tempi, dal primitivo fervore in uno stato di freddezza, e d’inerzia religiosa” (F. Securi).

 

Costruito un tempio più ampio per accogliere i fedeli, che, edificati dalla vita e dall’esempio dei primi cappuccini, aumentavano ogni giorno di numero, il benefattore D. Camillo Diano, anch’egli ammirato per tanta umiltà e premura diaconale, fece ridipingere, nel 1547, il Quadro al pittore Nicolò Andrea Capriolo, in formato più grande e proporzionato al progetto della nuova chiesa, facendo aggiungere ai lati, in segno di gratitudine verso i religiosi, San Francesco d’Assisi e Sant’Antonio da Padova. Il 6 gennaio del 1548 il nuovo Quadro, dopo essere stato benedetto nella Chiesa Cattedrale, dall’Arcivescovo Mons. D’Agostino, alla presenza dei Duchi Gonzaga di Monza, fu portato processionalmente alla sua dimora abituale: la chiesa dell’Eremo. La chiesa venne consacrata il 1569 dal vescovo Gaspare Ricciulli Del Fosso. Gli altari lignei, il pulpito e gli arredi ebbero lo splendore artistico tipico francescano. L’altare maggiore e il meraviglioso tabernacolo datato 1720, furono realizzati dai noti artisti fra Ludovico da Pernocari e fra Francesco da Chiaravalle, come in altri complessi ecclesiali cappuccini.

 

Ma i frequenti e, a volte, devastanti terremoti, come quelli del 1638, del 1783 e quello del 1908, rovinarono parzialmente o quasi totalmente la chiesa, per cui su soggetta ripetutamente a ripetuti restauri, con un prospetto molto bello, o a ricostruirla dalle fondamenta, come è avvenuto con mons. Giovanni Ferro, portando a buon fine il desiderio più volte caldeggiato in modo particolare dal vescovo mons. Carmelo Pujia.

 

Il nuovo Santuario sorse di fronte all’antico Santuario, la cui distruzione fu un gravissimo errore storico e devozionale, oltre che artistico. Si poteva conservare ed eventualmente custodirlo come segno testimoniale delle apparizioni della Madonna della Consolazione ai frati e delle memorie dei nostri antichi padri.

 

La consacrazione del nuovo Santuario venne celebrato da mons. Giovanni Ferro il 30 luglio 1965, tra il tripudio dell’intera Città e dei Cappuccini, e aperto al culto, pur se ancora non perfettamente definito strutturalmente. L’8 dicembre  dello stesso anno si procedette, dopo tre giorni di preparazione spirituale, alla solenne liturgia della proclamazione ufficiale della nuova Parrocchia intitolata alla Beata Madre della Consolazione, canonicamente eretta con Bolla Arcivescovile, letta dal cancelliere don Domenico Tortorella, alla presenza del cerimoniere don Italo Falcomatà e del segretario dell’Arcivescovo don Antonino Lia. Nella medesima circostanza, venne immesso nel reale ed attuale canonico possesso della Parrocchia il novello Parroco padre Giovanni Crisostomo. Il 6 gennaio 1972 lo stesso mons. Giovanni Ferro, Arcivescovo Metropolita, presenti le Autorità ecclesiastiche, civili, militari, il clero e i religiosi, faceva leggere il Breve Apostolico con il quale Paolo VI innalzava il Tempio al titolo e alla dignità di Basilica Minore. 

Realtà Basilica e Parrocchia "B. Vergine Maria della Consolazione"

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Ave Maria

Ofs- Gifra

Cenacolo "Maria Consolatrice"

Il Signore ti dia pace e gioia